Artrite reumatoide: un esame del sangue per scoprirla!

«In Italia l’artrite reumatoide colpisce all’incirca una persona su cento», precisa il medico del San Raffaele. Chiunque può sviluppare la malattia, ma il paziente tipo è solitamente donna e ha un’età compresa fra i 30 e i 60 anni».

  • Il primo campanello d’allarme suona al mattino: è la rigidità delle articolazioni, che al risveglio sembrano fatte di legno e poi impiegano diverse ore per «sciogliersi» e riconquistare la libertà di movimento.
  • A questo disturbo si possono poi aggiungere altri due sintomi chiave: il dolore e il gonfiore.

Le articolazioni più colpite sono soprattutto quelle piccole della mano e delle dita, ma problemi insorgono spesso pure a livello di gomiti, ginocchia, spalle, caviglie e anche. Con il passare del tempo le attività quotidiane più banali diventano una vera impresa: si possono avere difficoltà a scrivere, aprire una bottiglia, lavarsi e vestirsi.

«Se il problema è solo la rigidità articolare al mattino ed essa è comparsa da pochi giorni si possono provare i farmaci antinfiammatori non steroidei, i cosiddetti Fans, che agiscono sui sintomi ma non sulle cause della malattia», spiega Dagna. Se compaiono dolore e gonfiore o se la rigidità è persistente, però, non si può più temporeggiare: bisogna rivolgersi a uno specialista per fare quanto prima gli esami del caso.

 

BASTA UN ESAME DEL SANGUE

Per inquadrare la situazione, del resto, basta un semplice prelievo di sangue. «Si vanno ad analizzare valori specifici come il fattore reumatoide e gli anti corpi anti-citrullina, che permettono di confermare la diagnosi di artrite reumatoide; poi si misurano Ves e proteina C reattiva, per valutare l’entità dell’infiammazione», ricorda lo specialista.

Spesso si misura anche il livello di vitamina D nel sangue, importante per la salute del sistema immunitario e per il rischio di osteoporosi, soprattutto nelle donne vicine alla menopausa. Infine, per decidere il miglior trattamento, «si valutano le transaminasi del fegato, l’emocromo con i globuli bianchi e si fa la ricerca per i virus delle epatiti B e C e il bacillo della tubercolosi», aggiunge Dagna.

«Un’eventuale presenza di questi agenti patogeni, infatti, obbligherebbe a maggiori attenzioni nell’uso dei farmaci immunosoppressori».

Per fortuna esiste un’ampia varietà di «estintori» per spegnere l’incendio delle articolazioni.

In primis, c’è il caro vecchio cortisone. Anche se non è in grado di frenare la degenerazione delle articolazioni, come ricorda lo specialista, «il cortisone esercita un’azione antinfiammatoria: se usato per brevi periodi e a basso dosaggio, in combinazione con altri farmaci per l’artrite, può facilitare la risoluzione del problema».

Lo si può prendere con il metotrexato, il farmaco di prima scelta nella cura dell’artrite reumatoide, che agisce modulando il sistema immunitario per ridurne l’aggressività contro le articolazioni. «Il farmaco va assunto una volta alla settimana con un’iniezione sottocutanea che il paziente può farsi da solo a casa propria», spiega Dagna.

  • «Il dosaggio è basso e per questo molto sicuro: non bisogna spaventarsi leggendo gli effetti collaterali riportati nel foglietto illustrativo, perché si manifestano per lo più a dosaggi molto elevati, come quelli usati nella cura dei tumori».

Per i pochi pazienti che non lo dovessero tollerare, c’è sempre l’alternativa del leflunomide, un altro immunosoppressore da assumere per bocca una volta al giorno…

 

 

Fonte: estratto da un bel servizio di Elisia Buson su Ok Salute e Benessere – lo trovi tutto sul numero di giugno 2020 , con la consulenza del dottor Lorenzo Dagna
Fonte immagine: File:Rheumatoid arthritis 1 — Smart-Servier.png – Wikimedia Commons

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